Mamme expat. Vivere in GIAPPONE

MAMME EXPAT: UNA MILANESE IN GIAPPONE

Veronica, 32 anni, milanese, è la mamma di Christian 2 anni e mezzo e di Raian 2 mesi. Cura un blog che si chiama Il Profumo del Tatami. ed è una mamma expat, che vive molto lontano! Come molte mamme expat, si trasferisce all’estero per il lavoro del marito. Lascia l’Italia tre anni fa, per volare a Parigi ed un anno e mezzo fa, atterra in Giappone. Ora, vive a Kobe.

Del Giappone, di Kobe, mi piace molto l’attenzione alla pulizia, il fatto che sia una città dinamica, la sicurezza che si avverte. Poi certo, è ovvio, nessun paese è completamente a rischio zero ma qui si può girare molto tranquilli. La gente, nei locali, lascia ancora le borse al tavolo, magari aperte, per prendere il posto, mentre si mette in fila per l’ordinazione, a volte anche per 10 o 15 minuti.

Un oggetto perso qui, anche costoso come può esserlo un IPAD o un cellulare, per giunta perso in una megalopoli come Tokyo, torna indietro, di solito.

Credo che difficilmente, in un altro posto, sarebbero scesi dal treno, rincorrendomi per tutta la stazione, per darmi il cellulare che inavvertitamente mi era caduto dalla tasca. 

 

♥ Dove hai partorito e come è stata la tua esperienza?

La prima volta ho partorito a Milano, la seconda qui a Kobe. Pensando alla gravidanza, a livello di controlli, si fanno meno esami: ad esempio non vengono fatti tutti i prelievi del sangue che si fanno in Italia. Quindi la gravidanza può apparire più rilassata, ma è un punto di vista molto soggettivo.

Senz’altro positiva è l’attenzione che viene data alla mamma, ma anche al bimbo, nei primi mesi: i comuni forniscono dei servizi di aiuto (a un prezzo ridotto). Ad esempio: forniscono aiuti domestici, ti aiutano nel fare la spesa, ti forniscono i pasti, ma ci sono anche aiuti psicologici. Tutto questo per i 9 mesi, e dopo qualche mese dal parto. 

Come vivere in Giappone, per una mamma expat

♥ Ci sono sussidi alla famiglia?

Ci sono quelli per i figli, ma arrivano fino ai 15 anni. L’importo non viene stabilito in base al reddito, ma varia da città a città. Qua a Kobe, per il primo figlio si ricevono 15000 yen mensili (ovvero circa 115 €), mentre per il secondo figlio 10000 yen (poco meno di 80€). Queste cifre vengono erogate ogni 4 mesi. Poi esistono anche i sussidi per le famiglie a basso reddito, che naturalmente variano in base alle situazioni economiche. 

♥ Sulla scuola giapponese, cosa ci puoi dire?

I miei figli ancora non frequentano la scuola, data l’età, perciò non ho un’ esperienza diretta. In Giappone, al nido sono ammessi solo i bambini che hanno entrambi i genitori che lavorano. La scuola materna, invece, come in Italia, inizia ai 3 anni. In ogni caso, in linea generale, il costo che una famiglia deve sostenere per l’istruzione è abbastanza onereso e varia, non solo in base al reddito, ma da scuola a scuola e da città a città. Oltre alla classica retta va aggiunta la spesa, tutt’altro che bassa, per le divise scolastiche e per la cartella. Quest’ultima, ad esempio, costa anche più del doppio rispetto ai prezzi italiani, mentre per una giacca da bimbo, o ragazzo, si arrivano a spendere quasi 100 €. Di queste giacche vanno acquistati due diversi modelli, in quanto le divise vengono distinte in estive ed invernali. 

Il metodo educativo differisce molto da quello italiano. Intanto, l’anno scolastico va da aprile a marzo. Il sistema scolastico giapponese è noto per essere molto rigoroso e pieno di esami, non a caso viene spesso definito “l’inferno degli esami”. Solitamente, i ragazzi, dopo il normale orario di lezione, al pomeriggio, partecipano a vari club di attività, previsti sempre dal percorso scolastico. I club più “prestigiosi” sono, generalmente, quelli sportivi, che di solito ci sono anche la domenica. 

Per ciò che riguarda i costi delle rette universitarie, per le normali tasche dell’italiano medio, si può dire siano inaccessibili. Si parte dai 10000 € e oltre, annui. Non sto parlando delle più prestigiose università private, bensì della normale realtà universitaria giapponese. 

Trasferirsi in Giappone, cosa vuol dire per una mamma expat

♥ Sulla realtà economica che vivono le famiglie, vuoi aggiungere altro?

In Giappone, la sanità non è gratuita. Si può dire che si avvicini al modello americano, nel senso che anche qui bisogna avere un’assicurazione. Normalmente, viene coperta in buona parte dal datore di lavoro, poi, quando si va in ospedale, o a fare un controllo, bisogna pagare una parte della visita, un costo che sarebbe ben più alto in assenza di assicurazione. Anche il parto va pagato. Fortunatamente, i comuni coprono una parte della spesa. Ogni comune stabilisce il suo tetto massimo di copertura dei costi del parto, che è all’incirca l’80%.

Inoltre, ad inizio gravidanza, il comune fornisce un blocco di buoni da utilizzare per coprire le spese delle varie visite. Una parte di questi ticket è spendibile anche per i controlli odontoiatrici legati alla gravidanza. Capita di dover aggiungere una piccola parte di tasca propria, per saldare il totale del controllo effettuato. 

La città di Kobe copre il parto fino a 420000 yen, che corrispondono indicativamente a 3200€, la parte eccedente va saldata dalla partoriente. In caso di gemelli, il tetto coperto dal comune è doppio. Inoltre, in Giappone, l’epidurale ha sempre un costo aggiuntivo, che può arrivare a costare anche 100000 yen, ovvero quasi 1000 €. 

Se poi si sceglie una clinica privata, le tipiche “ladies clinic” (opzione molto gettonata qui in caso di gravidanza fisiologica), il prezzo iniziale del parto, almeno dove vivo io, è almeno di 500000 yen. 

Trasferirsi in Giappone. Mamme expat

♥ Ci sono diversità, per quanto riguarda la famiglia, con il modello europeo?

Per quanto riguarda il ruolo della donna, così anche della mamma, il Sol Levante deve ancora fare molti passi avanti. Nella società giapponese, si può notare una distinzione, ben precisa, dei ruoli fra i due sessi. L’uomo è quello che, per cultura, lavora fino allo sfinimento e pensa al sostentamento economico dell’intera famiglia, la donna, invece, è colei che comanda all’interno della casa. Spesso le madri restano a casa, almeno fino al compimento dei 3 anni del figlio, a volte anche oltre, senza che vi siano agevolazioni (quali maternità o congedi parentali retribuiti). 
Una volta sposate, la tendenza è quella di lasciare del tutto il proprio lavoro per dedicarsi alla famiglia. Solo recentemente si sta cominciando ad assistere a qualche cambiamento.

 

♥ Cosa ti manca della tua città di origine, come mamma? 

Direi le classiche cose che mancano a tutti gli expat, quindi le relazioni personali, ma in maniera molto relativa, perchè sono un’esterofila convinta, sto benissimo fuori.

 ♥ Pensando alla crescita ed al futuro dei tuoi figli, torneresti in Italia? 

No, perché in Italia non vedo futuro per i miei figli. Sarei disposta a trasferirmi altrove, ma non tornerei “a casa”.

 

Se sei curiosa di sapere cosa fanno le altre nostre mamme expat, comincia a buttarti in una nuova lettura. Parti dalla Norvegia, e poi viaggia con tutte le altre!

Se sei anche tu una mamma expat, scrivimi e racconta la tua storia: statodigraziaachi@gmail.com

 

 

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